Cristo di porpora
Sono sconcertato dal fatto che si possa trovare un qualsiasi motivo di interesse in "La Passione di Cristo", che non sia quello dell'oggetto sociologico. La minuziosa cronaca del massacro di Gesù è quanto di più volgare e ridicolo mi sia capitato di vedere da anni. La religiosità di Gibson è quella di uno psicolabile, che si diverte a mostrare sangue e interiora e che ha come immaginario quello del peggior horror da edicola. Notoriamente i fondamentalisti cristiani americani vedono la vita in maniera poco sottile: Cristo è un guerriero, Dio il capo dell'esercito, ebrei e arabi sono il Male assoluto. Su queste certezze compongono best seller paraletterari, saggi propagandistici, televendite in forma di predicazione, e flirtano col neonazismo e il White Power. L'America bianca, cristiana e ariana è servita. Gibson, fervente estremista, non è un uomo pericoloso. Crede di essere un buon regista - ma questo capita a molti, da Soderbergh a Lelouch -, e quindi ci dà dentro con i rallentati, i dettagli anamorfici, le soggettive strambe, le oggettive irreali e tutto quello che farebbe un bambino che vuole far chiasso coi giocattoli purché qualcuno lo caghi. Poi aggiunge il sangue, tanto sangue, e - non sapendo che modelli identificare salvo la propria passione sadica - trasforma Cristo in un Braveheart che non cede. Se lo picchi, si rialza, se lo scudisci, vuole cento frustate in più, se lo crocefiggi, non sviene. D'accordo è tutto nei Vangeli: ma la rappresentazione continua a contare qualcosa, altrimenti è come chiedere a un film di essere fedele al romanzo. La logica è quella dell'eroe gibsoniano. Sadico, dicevamo, e anche masochistico. Quel che più interessa a Mel è il dito, non la luna. La tortura di 100 minuti è esibizione pura, non c'è un solo momento di commozione, ed è solo per rispetto alla religione che non si scoppia a ridere di fronte alla Bellucci piangente o alla Gerini che recita in latino. Bene: questa immane buffonata di una frangia estremista del cristianesimo frainteso è riuscita a tenere in ostaggio decine di milioni di spettatori. Prenderla sul serio - come ormai è già stato fatto - è un segnale della miseria culturale in cui si trova l'Occidente intero. Auguri.
di | 8/04/2004